Dialogo tra Giorgio e Chiara, terza e quarta generazione della famiglia Soldati, in occasione dei 50 anni dello spumante La Scolca.
La Scolca: un racconto di famiglia, territorio e lungimiranza lungo oltre un secolo. Era il 1919 quando il nonno di Giorgio Soldati originario di Genova, acquistò i primi terreni a Gavi, vestendo di fatto i panni di uno dei pionieri dell’enologia di questo magnifico angolo di Piemonte, in provincia di Alessandria. Risale invece al 1923 la prima vendemmia firmata La Scolca: così nacque quella che oggi è la realtà ambasciatrice del Gavi e del Cortese nel mondo. Una storia di successo ripercorsa da Giorgio e Chiara, terza e quarta generazione della famiglia Soldati, per un’intervista a due voci in occasione del 50esimo compleanno delle bollicine La Scolca.
D: La Scolca ha raggiunto i 105 anni. Qual è l’inizio di questa grande avventura e come mai, dopo oltre un secolo, siamo qui a parlare con la terza e la quarta generazione dell’azienda?
Giorgio: Quella della nostra azienda è una storia di coraggio, intuizione e ricerca. Siamo una famiglia che in origine non lavorava nel mondo vino ma che, per amore del proprio territorio, ha deciso fin da subito di investire in questo settore. Una scelta che oggi potrebbe essere dettata più da una moda, non si contano più gli imprenditori di altri settori che decidono di dedicare parte del loro tempo al vino, ma che all’epoca rappresentava più un rischio che una concreta opportunità di guadagno. Oltretutto, abbiamo intrapreso questo percorso scegliendo come bandiera un vitigno autoctono e fino ad allora ignorato. Il Cortese è infatti una vera e propria isola in Piemonte, il principe bianco tra i re rossi, in cui crediamo da sempre e che negli anni ha permesso a La Scolca di diventare sinonimo del nostro vitigno e del nostro territorio. Ma che all’epoca rappresentava un vero e proprio salto nel buio.
Chiara: Ho raccolto questa importante eredità sicuramente con un grande senso di responsabilità in un momento storico, quello degli anni ‘90, dove il mondo del vino si trovava al centro di importanti mutamenti sia a livello di apertura internazionale sia a livello di saturazione del mercato. Più che un’eredità materiale, il patrimonio più grande trasmesso da mio padre è quello valoriale: determinazione, consapevolezza, qualità come elemento imprescindibile e, soprattutto, capacità di innovare, che appartiene al dna della mia famiglia. Un approccio visionario che si rispecchia tanto nella scelta di un vitigno autoctono quanto nel riconoscimento del potenziale d’invecchiamento del Cortese e che ha permesso alla nostra azienda di rimanere fedele a se stessa e, al tempo stesso, di innovarsi costantemente senza perdere l’autenticità. Autoctonia e invecchiamento dei bianchi: a ripensarci oggi non possiamo certo dire che ci sia mancato un qual certo spirito d’avventura.

